Archivio

oggi
--- 2007 ---
--- 2006 ---
--- 2005 ---

Categorie

Partecipano

Foto recenti

martedì, 17 aprile 2007

Lettera aperta a Fabrizio Moro

L'immagine “http://www.sdamy.com/images/Moro_vince.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Caro Fabrizio Moro,
finalmente ho avuto occasione di ascoltare attentamente la canzone che ti ha consegnato la vittoria della sezione Giovani di Sanremo. Ormai è famosa, tanto che ci hanno fatto pure un remix discotecaro.
Non l’avevo sentita con attenzione fino a qualche giorno fa. Fino a pochi giorni prima non la conoscevo per niente. Poi l’occhio mi è caduto sul video che ti ha fatto Marco Risi, ho visto Rita Borsellino lì accanto a te che rappavi, e ho voluto ascoltare con attenzione, per i fatti miei, da sola.

Bravo. Come dici anche tu in un’intervista successiva alla tua vittoria, per un po’ di tempo hai la libertà di poter cantare e basta. Ma ci sono delle cose che mi disturbano di questa libertà che ti sei conquistato e dei temi che hai deciso di affrontare per prenderti questo successo che ora hai.

Vedi, forse non lo sai nemmeno, tu che sei nato e cresciuto a Roma e avrai visto tanti film, tante fiction, avrai sentito tante volte parlare di questa mafia pittoresca e folcloristica che canti, questa mafia teatrale, con la coppola e la lupara, forse non lo sai, Fabrizio, ma la mafia che “spara” oggi è solo l’ultima, misera, grottesca propaggine scheletrita di un intero mondo che vive di ben altro che di spari e lupare e coppole.

Ti parlo di un sistema collettivo, universale, basato su princìpi radicati profondamente in ogni singola persona, princìpi che pascono e prosperano in abbondanza, e si alimentano del consenso unanime (o quasi) della gente.
Ti parlo, tanto per cominciare, di un modo di intendere la democrazia e il diritto di voto. Poi ti parlo del modo, condiviso da tutti, di intendere le istituzioni e il potere costituito. Dell’idea di “bene pubblico”, sia nel senso di “cosa buona per la collettività” che di “risorsa appartenente alla collettività”. Del senso della legge, e del rispetto di essa, a tutti gli stadi del nostro agire. Ti parlo dell’atteggiamento comune nei confronti del lavoro, dell’idea stessa del “diritto al lavoro” come di quella del “dovere del lavoro”. Anche del proprio lavoro, per chi ce l’ha.

Quelli che tu chiami “uomini o angeli mandati sulla terra per combattere una guerra”, Fabrizio, dando loro un’aura di misticismo e santità, erano invece uomini normalissimi, che semplicemente facevano il proprio lavoro. Come dovrebbe farlo chiunque.
Smettiamola, per favore, con questa menata degli eroi. Smettiamola, ormai non fa più nemmeno scena. Smettiamola di collocare lontano dagli uomini normali due giudici onesti, solo per rassicurare le nostre coscienze e sollevarci dai doveri che abbiamo tutti (non solo il tuo mafioso che deve “pensare”). Finiamola con l’alibi che loro erano angeli, paladini, cose lontane dalla nostra meschinità quotidiana, rilucenti di divinità inarrivabile. NON E’ VERO. Erano uomini comuni, come tutti, facevano solo il proprio lavoro. Lo facevano in un sistema in cui fare il proprio lavoro è destabilizzante per il “bene” comune, dove il “bene” comune è la conservazione dello stato di condiscendenza.

MAGARI, Fabrizio, la mafia fosse ancora la storia “di faide e di famiglie sparse come tante biglie” e di “pallottole nell’aria” che canti tu; MAGARI bastasse che il disgraziato di turno ascoltasse la tua esortazione “pensa, prima di sparare”. MAGARI avessi ragione tu e tutti quelli che come te ancora immaginano questa mafia da commissario Cattani e Tano Cariddi, fatta di “buoni” e “cattivi”, “eroi” e “mostri”. Magari bastasse pensare e non sparare, o chiudere in carcere gli esecutori delle stragi.

Non so se la tua è ingenuità o grande furbizia, non mi interessa. Quello che mi interessa è distinguere chiaramente quello che è un succoso argomento di spettacolo da una realtà molto più amara, molto più schiacciante, molto più forte e incrollabile. E poi, a margine, esprimere il mio rammarico nel vedere una donna che tutte queste cose le sa bene, lì vicino a te, vicino agli attori delle fiction, davanti alle telecamere di un regista di cinema e televisione, dare il suo volto e la sua approvazione alle tue parole e al tuo messaggio, a tutta la retorica della mafia “dei cattivi” che ha sempre permesso alla mafia di vivere invece comodamente tra noi “buoni”, di sedersi a tavola con noi ogni giorno, di dormire accanto a noi la notte, e di prosperare, e di assicurarsi lunga vita.

postato da: Clararacne alle ore 18:12 | link | commenti (3)
categorie:

Commenti
#1    24 Aprile 2007 - 10:47
 
mi fa impressione il fatto che nessuno abbia commentato clà.
hai ragione tanto al punto di mettermi i brividi.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente -kurgan-

#2    24 Aprile 2007 - 16:33
 
post favoloso..ho pensato proprio le stesse cose l'altro giorno ascoltando "attentamente" la canzone...bah!ciao
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 3saturno81

#3    17 Maggio 2007 - 10:54
 
Ciao Claretta! Mi ha molto colpito questo tuo post, mentre ascoltavo la canzone ho provato le stesse cose... Ma adesso l'indignazione lascia posto alla meraviglia: riporto qui uno stralcio del nuovo singolo del nostro, in cui praticamente contraddice sè stesso!
"Non mi fido degli imprenditori
Dei cantanti che fanno gli attori
Non mi sono mai fidato di chi dice che contano i valori
Quali valori quali valori
Di che valori parli frustrato, chi predica i valori è un prete o un avvocato
E quindi non mi fido no non mi fido e grido
Fammi sentire la voce"

(senza parole... e senza vergogna) :-)

Baci, Mariagiovanna
utente anonimo

Commenti